Nazareth

Albania 2015: il punto di vista del seminarista Francesco

26 agosto 2015
News

Nota al lettore

Nelle righe sotto vi scontrerete con la mia difficoltà a mettere per iscritto il racconto di un’esperienza che avevo immaginato fortemente pragmatica! Scusate, avevo giudicato male! Andare in Albania da seminarista capovolge un po’ tutto.

Immerso fino alla punta dei capelli in una nuova lingua e cultura (manco per scherzo simile al francese o inglese che almeno lì ce la si cava): loro non capiscono te, tu non capisci loro.

Ecco la prima descrizione valida per l’esperienza che ho fatto: IMMERSIONE.

Essere immersi lascia inermi e contemporaneamente stimolati: due settimane passate a conoscere persone e aiutare le suore di Madre Teresa.

Ci si trova in bilico sul crinale di una montagna: puoi cadere nel versante dell’inerzia e allora vivere il tempo da spettatore, più comodo, non richiede sforzi, ma non paga, oppure puoi lasciarti cadere sul versante della sfida e provare a farti stimolare dalle imprese che ti sono richieste. Non dirò che questo atteggiamento paga di più, questo è l’atteggiamento dell’uomo vivo che vuole vivere! E così è stato.

Sentirsi inermi annulla l’intraprendenza e la creatività. La sfida invece, risveglia e dona energie. Questi ultimi sono i doni dell’immersione.

Ma immerso in cosa? In missione per conto di Dio! (cit.)

Ogni giorno le 4 Sisters hanno condotto:

Me

+4 seminaristi dei padri missionari

+3 interpreti

+2 scout = ~14

in missione nei villaggi sperduti nella montagna albanese.

Mission impossible? No, la MISSIONE consisteva nel raggiungere i villaggi di Svina e Dushkai, in barca (unico mezzo possibile) e sotto gli alberi, recitare il rosario insieme alle famiglie, trasmettere l’essenziale del catechismo per l’accesso ai sacramenti e infine animare i giovani.

Per quanto riguarda il catechismo lascio solo questa provocazione: pensate a quanto è difficile trasmettere ad un italiano la vostra convinzione che Dio esista e che il sacramento della confessione funzioni davvero. Ora con l’immaginazione ricreate la stessa situazione con davanti uno che non capisce se non tramite un interprete ed è profondamente convinto che basti chiedere scusa (in più nel frattempo comincia a piovere a dirotto). Se non è missione questa.

(Più scrivo più mi rendo conto della riduttività di questo racconto rispetto all’accaduto, è impossibile trasmettere tutto!!)

Lo spettacolo però è stato collaborare con: suor Ancilla, Clara, Zoya, Massimiliana e i seminaristi: Jackson, Ruben, Bipull e Leo. Altro che Red Bull che ti mette le ali! Questi avevano le ali dopo le lodi alle 6:00 di mattina, la messa alle 7:00 e un’ora di adorazione alle 8:15, pronti per partire in missione!

Con i ritmi che conducevamo, veniva da chiedere dove prendessero, se non l’energia, almeno le motivazioni. Ci arrivate da soli?

Il bello è che hanno la capacità di contagiare la voglia di pregare e la forza della loro fede. La preghiera permea ogni secondo del loro tempo e questo dona felicità a loro e chi sta vicino. Chiedete pure ai pukiani se non ci sentivano cantare a squarciagola mentre passavamo dal centro in jeep!

IMMERSIONE                 MISSIONE                    PREGHIERA

Mi sbagliavo. L’esperienza in Albania non è confinata ad un impegno fisico e materiale, è un’esperienza spirituale che genera voglia di “uscire” (cit.).